Cento designer per la rivoluzione messicana

Il 20 ottobre 2010, presso il Teatro Era, in occasione della prima del Festival di Teatro, venne inaugurata la mostra di manifesti “Voices in freedom“. Una collezione di lavori originali, realizzati da designer di tutto il mondo su invito di Xavier Bermudez, direttore della Biennale di Città del Messico, in occasione della ricorrenza del centenario della rivoluzione messicana (1910/2010). L’esposizione - per la prima volta in Italia - permetteva di vedere, una accanto all’altra, le firme più prestigiose della grafica internazionale contemporanea misurarsi con un tema che, al di là della commemorazione delle gesta di Emiliano Zapata e Pancho Villa, voleva soffermarsi e riaffermare i valori più profondi di libertà, uguaglianza, solidarietà, rispetto della vita, del lavoro, della dignità umana. Appunto - come recitava il titolo - Voci in libertà, filtrate ognuna attraverso l’esperienza sociale e visiva del Paese di provenienza dell’autore; 110 opere di altissimo livello formale e concettuale. La mostra rimase aperta per l’intero periodo del festival (20 ottobre / 20 novembre) ed era visitabile tutti i giorni prima dell'orario di spettacolo negli ampi spazi del teatro.

 

 
Esiste uno stretto e prolifico rapporto tra grafica e teatro, un rapporto che assegna al mondo della scena, e dello spettacolo in genere, il ruolo di ultimo (o quasi) committente del manifesto da affissione così come lo abbiamo conosciuto fin dalle origini della sua storia. Non è un caso dunque, che la maggior parte dei designer che in quell'occasione esponevano un lavoro sulla libertà, progetti le immagini migliori proprio per il teatro, contribuendo a qualificare altamente (gli autori in mostra rispondevano al nome di Alain Le Quernec, Michel Bouvet, Peter Pocs, Per Arnoldi, Joao Machado, Pierre Neumann, Santiago Pol, Xavier Bermudez, e tutti gli altri) la confezione delle diverse opere teatrali. Proprio per questo è apparso significativo che un’iniziativa, dal tema apparentemente anomalo per essere ospitata tra le mura di un teatro, venisse accolta fra i tanti eventi di un festival che aveva in cartellone ovviamente rappresentazioni di prosa, ma anche incontri, letture, proiezioni, conversazioni, laboratori. La cultura della parola, del gesto, del segno riunite in uno stesso luogo a dar rimando e interesse l’una all’altro.